lunedì 28 novembre 2011

C'ERA UNA VOLTA....LA FIABA

C'era una volta...

così iniziano molte delle fiabe con cui sono cresciuta: Pollicino, I tre porcellini, Cenerentola e tante altre; fiabe che hanno accompagnato la mia crescita e quella di molti altri bambini e con cui mi sono addormentata molte volte quando ero piccola.
C'era una volta la fiaba, che oggi non c'è più o quasi!
Una recente inchiesta condotta in Inghilterra qualche tempo fa ha rilevato che soltanto il 16% dei bambini tra i 2 e gli 8 anni si addormenta al suono di una storia raccontata dai genitori; mentre dieci anni fa era il 30% e trent'anni fa il 75%.
I ricercatori inglesi mettono in relazione la scomparsa di quest'abitudine con forme di disagio giovanile in aumento come le baby-gang, in quanto i bambini non apprenderebbero più dalla voce rassicurante dei genitori la differenza tra bene e male, tra ciò che si può e ciò che non si può fare.
Ciò che viene anche a mancare è uno spazio di tranquillità e di comunicazione in cui un bambino può pensare, porre domande e confrontarsi, esprimere dubbi e proporre soluzioni; ossia un insieme di attività che coinvolgono tanto la sfera cognitiva che quella affettiva e che, giorno dopo giorno, li aiuta a maturare.
Gli effetti positivi del raccontare una fiaba sono quindi molteplici e proprio per questo dovremmo riscoprire quest'abitudine.

4 BUONI MOTIVI PER RACCONTARE UNA FIABA AL NOSTRO BAMBINO:

1)TRASCORRERE DEL TEMPO INSIEME: i nostri bambini, anche se piccolissimi, capiscono che i nostri ritmi di vita sono frenetici e che non abbiamo sempre la possibilità di prestare attenzione a loro. Ritagliarsi però dieci minuti al giorno per raccontare una storia ci permette di rallentare, di darci del tempo da dedicare soltanto alla relazione con loro, di "regalare" del tempo (seppur poco) di qualità che farà bene a noi e ai nostri bambini.

2)ATTENZIONE E LINGUAGGIO: Il racconto è un supporto utilissimo per lo sviluppo del linguaggio. Nel primo anno di vita canzoncine e filastrocche stimolano l'udito, l'attenzione, l'intelligenza e il desiderio di parlare.
Nel secondo e terzo anno il bambino ripete, cerca di seguire il filo del racconto, sfoglia i librini tenendo il segno, immagina e rielabora le storie.

3)IMMAGINAZIONE: Le fiabe e i racconti hanno anche la funzione di soddisfare curiosità, vincere paure, risolvere problemi e sviluppare l'immaginazione dei nostri bambini.

4)INTIMITà: Il momento del racconto diventa un momento di intimità; creano un clima caldo e accogliente dove i bambini si sentono sicuri e protetti.

QUALI FIABE RACCONTARE AI BAMBINI?

Ogni età ha le sue favole.
0-1 anno: i bambini possono prestare attenzione a piccoli racconti che ruotino intorno a figure semplici ed essenziali.

2 anni: i bambini ameranno racconti in rima, semplici e brevi ma anche canzoncine e filastrocche

3-4 anni: apprezzeranno le storielle che parlano di attività quotidiane

4-5 anni: avventure con elementi del mondo fantastico come fate, streghe, mostri, elfi.

domenica 4 settembre 2011

Nicole e i terribili due...

Nicole, mia figlia non ha ancora due anni; esattamente ha 21 mesi ma siamo già da tempo (almeno due mesi) nella fase dei terribili due!!
Cosa sono i terribili due? Quando il vostro bambino da dolce e innocente si trasforma in un piccolo diavoletto pronto a fare una bizza per qualsiasi cosa, a buttarsi per terra in mezzo di strada solo perchè non vuole venire via dai giardini, a cadere dalle scale (battendo inevitabilmente la testa) solo perchè non vuole darti la mano, a urlare è MIOOOOOOOOO di qualsiasi cosa gli passi davanti, a piangere fino a non volere più lo yogurt appena aperto solo perchè lo voleva aprire lui...allora siamo nella fase dei terribili due!!!
Mia figlia è nel pieno di questa fase, sicuramente fonte di stress e di frustrazione per noi genitori che tanto ci impegnamo per dare un'educazione e tanta serenità ai nostri piccoli.
Per rassicurarmi mi dico come un mantra che è una fase e come tale passerà e che, oltrettutto è una fase molto importante per lo sviluppo dei nostri figli.
Cosa ci vogliono dire i nostri figli?
Mamma sto formando la mia personalità, sono un individuo separato da te e come tale ho delle idee, delle preferenze e un mio carattere.
Ma, poichè i bambini in questo momento stanno facendo una sorta di rodaggio del loro carattere, lo esprimono in forma estrema e sta a noi aiutarli in questo delicato momento.
Cosa possiamo fare noi genitori? Questo è il momento in cui è necessario far applicare poche ma fondamentali regole e assicurarsi che le rispettino.
Nicole, come credo molti dei vostri bambini, prova ad infrangerle di continuo volendo in questo modo affermare che è lei che decide e arrivando a sfidarmi apertamente.
Quando infrange queste regole la sgrido in modo fermo, le spiego con poche e semplici parole perchè questa cosa non va fatta e la metto due minuti in punizione a sedere sul divano, sulla sedia o nel lettino.
Ancora meglio sarebbe avere un posto preciso in cui far andare il bambino nel caso in cui trasgrediscano o in caso di capricci ma, per lo meno io, ancora non l'ho individuato in casa mia!!
Mamme non scoraggiamoci, i terribili due sono una fase e come tale passerà. Consoliamoci in questo modo e attiviamoci affinchè il bambino la superi nel modo più sano possibile per il suo sviluppo.

mercoledì 1 giugno 2011

E se mamma e papà si separano?

Nessun rapporto finisce di punto in bianco e nessun matrimonio soddisfacente finisce con un divorzio.
Di solito, la decisione di separarsi è conseguente ad uno periodo prolungato di profonda insoddisfazione: non si riesce più a stare bene insieme, si hanno valori e obiettivi diversi e inconciliabili, non si fa che litigare oppure al contrario, nella coppia regna la distanza emotiva e la mancanza di comunicazione.
Ma persino quando il rapporto è ormai compromesso, la scintilla si è spenta da anni  e la fiducia reciproca è incrinata, dirsi addio può essere tremendamente difficile.
Persino quando il matrimonio è stato estremamente deludente e i due coniugi sono arrivati al punto di odiarsi, difficilmente la separazione viene vissuta come una liberazione.
La dissoluzione del legame matrimoniale non costituisce  solo la fine di una storia d'amore importante ma anche di tutto quello che un matrimonio rappresenta a livello psicologico.
É la fine di un progetto di vita in cui si era creduto e scommesso, dei sogni per il futuro, di una relazione che si sperava sarebbe durata per sempre.
La fine di una relazione è processo doloroso  anche per chi prende la decisione di lasciare, ma per chi viene lasciato lo è molto di più.
Infatti, il partner che decide di interrompere la relazione, pur essendo costretto a sopportare il peso della responsabilità della  decisione e dovendo fare i conti con il dubbio di aver fatto la scelta giusta e con i sensi di colpa, è quello che se la cava meglio perché è il meno coinvolto emotivamente.
Chi viene lasciato vive, invece, una dolorosa esperienza di abbandono e di rifiuto che può intaccare in modo molto profondo l'autostima e la fiducia nell'amore e nel futuro.
Il coniuge che " subisce" il divorzio soffre molto più a lungo e molto più intensamente, ma se riesce a superare questa esperienza così devastante, esce dalla separazione con Io più forte e con una rinnovata  consapevolezza delle proprie capacità e delle possibilità che la vita può offrire.
Il divorzio è una delle esperienze più dolorose e devastanti che l'essere umano può sperimentare dopo la morte di una persona cara, l'invalidità permanente e una grave malattia.
Accettare la separazione dalla persona amata richiede tempo e un processo psicologico complesso; le fasi che una persona si trova ad affrontare sono quelle dell'elaborazione di un lutto.

TRA MAMMA E PAPà: I FIGLI
I bambini, anche i più piccoli, capiscono le conseguenze emozionali di una separazione, molto di più di quanto gli adulti credano.
La possibilità di metabolizzare un'esperienza come la separazione dei genitori per un figlio appare strettamente correlata sia all'età, ovvero alla capacità di elaborazione del minore, sia al grado di conflittualità, più o meno elevata, che può caratterizzare le relazioni della coppia genitoriale e delle reciproche famiglie di origine.
Se i genitori sono “immersi” nei loro problemi, viene ridotta anche la possibilità per il bambino di fare la spola tra momenti di allontanamento dai genitori e di esplorazione autonoma del mondo e momenti di riavvicinamento e di ritorno ad essi, alla ricerca di appoggio e conferma. In ogni caso il bambino viene investito di responsabilità che inibiscono le possibilità di riconoscere i propri vissuti, il cui peso nel percorso di sviluppo è evidente.
Di solito, quando i genitori presentano un’alta e pervasiva conflittualità, hanno bisogno essi stessi di essere sostenuti emotivamente, tendendo a porre il figlio in una posizione marginale o a strumentalizzarlo nell’attacco reciproco. In questi casi il minore viene coinvolto in un processo di triangolazione che lo pone in una condizione di inversione di ruoli in quanto lo vede assumere una posizione “genitorializzata”, a cui il sistema parentale chiede cura e protezione. In queste situazioni il genitore spinge il figlio a sostenere le proprie ragioni contro quelle dell’ex coniuge, con l’effetto di costringerlo a schierarsi e a non poter riconoscere e valorizzare il legame con l’altro genitore.
Altre volte invece al figlio è richiesto di assumere il ruolo di “intermediario”, a causa dell’incapacità dei genitori a comunicare in modo sereno ed efficace, visto l’eccessivo coinvolgimento nel conflitto. Inoltre, anche il meccanismo giudiziale che coinvolge la coppia coniugale rientra in un’ottica in cui tutto è visto in termini di vittoria o sconfitta, e non lascia spazio a scelte e posizioni alternative.
Queste situazioni possono facilmente provocare diversi effetti dolorosi per il bambino: primo fra tutti il sentimento di trovarsi ad avere un ruolo di giudice sulla vita dei propri genitori, in cui viene implicato in tematiche che non gli spettano perchè riservate agli adulti. In questo modo il piccolo acquisisce agli occhi del genitore con cui si schiera un potere dato dalla sua complicità, mentre nei confronti dell’altro si nega la possibilità di vivere sentimenti positivi con lui connessi e ciò può portare ad una rottura del legame o comunque ad un allontanamento affettivo.
Pertanto, i figli coinvolti nel conflitto genitoriale è come se perdessero entrambi i genitori: sia quello con cui si alleano, sia quello contro il quale si volgono.
La contesa dei genitori va considerata quindi una violenza che porta ad un danno psicologico significativo per il figlio perchè va contro il diritto del bambino a rapportarsi in modo sereno ed equilibrato con entrambe le figure genitoriali.
Al contrario, le conseguenze negative della separazione possono essere superate quando i genitori riescono a cooperare per soddisfare le esigenze educative ed affettive dei figli.

ACCORGIMENTI PER AIUTARE I FIGLI IN CASO DI SEPARAZIONE
- Evitate di discutere o litigare in loro presenza.
-Comunicate la decisione di separarvi quando siete convinti di procedere in tempi brevi: una comunicazione effettuata troppo presto crea falsi allarmismi e incoraggia i minori a sperare in una riconciliazione, comunicare
in ritardo tardi crea, nei figli, l’idea che non siano importanti per voi.
-Chiarite, anche numerose volte, che la decisione di separarvi è definitiva: molti bambini, presentano fantasie in merito alla riconciliazione genitoriale.
-La comunicazione dell’intenzione di separarvi va fatta possibilmente
insieme, in un momento in cui la famiglia è riunita e durante il quale tutti sono liberi da impegni.
-Adottate parole semplici, adeguate all’età del bambino.
-Dimostrate entrambi, a vostro figlio, il vostro affetto e rassicuratelo del fatto che, malgrado separati, vi occuperete entrambi di lui.
-Cercate di dedicargli più tempo e di manifestare maggiormente l’affettività.
-Aiutate vostro figlio ad esprimere le emozioni e i pensieri relativi alla separazione.

E DOPO LA SEPARAZIONE....
-Cercate di facilitare i contatti con l’altro genitore: il bambino necessita di entrambi i genitori e un figlio, soprattutto nella prima infanzia, può credere che il genitore non affidatario lo stia abbandonando perché non prova più
affetto per lui.


-Evitate discussioni con l’ex coniuge e concordate modalità e tempi chiari e precisi di frequentazione del figlio con il genitore assente.


-Evitate di screditare o denigrare l’altro genitore, soprattutto se questi è assente, ma rassicurate vostro figlio dell’affetto dell'altro genitore.

-Non cercate l’alleanza o la complicità del bambino contro l’altro genitore ed evitate di usare i figli come giudici o arbitri dei vostri comportamenti.

-Evitate di usarli come messaggeri, spie o testimoni contro l’altro genitore.

-Se possibile, mantenete le stesse abitudini di vita nella casa coniugale: la continuità e la sicurezza delle abitudini acquisite anche nel contesto sociale permetteranno al bambino di superare meglio i disagi connessi alla separazione.

-Chiedete aiuto e collaborazione ai vostri familiari che possono essere una risorsa utile e importante per vostro figlio.

-Non svalutate o denigrate l’ex coniuge in presenza del bambino che può essere ferito da tali commenti negativi.

-Se è possibile, e se la conflittualità tra gli ex coniugi è controllata, cercate di riunire il nucleo familiare in occasione di feste, compleanni, comunione, incontri con la scuola, gare sportive e in tutti gli altri eventi che vedono vostro figlio in qualche modo protagonista.
Tale comportamento è costruttivo e appagante per il bambino.

mercoledì 4 maggio 2011

Pipì a letto

La pipì a letto è uno dei problemi più frequenti nei bambini, soprattutto nei maschietti.
Sono pochi i genitori che danno peso alla cosa e sanno come comportarsi di fonte a questo evento.
Ma, quando preoccuparsi? come intervenire?
Circa la metà dei bambini di 2 anni riesce a passare la notte senza bagnare il letto.
Il disturbo mostra di avere, fino ai 5 anni un tasso di remissione spontanea straordinariamente alto e, in genere, non occorre alcun intervento per venire a capo del problema.
Iniziamo con il dire che è improbabile che un bambino riesca ad apprendere strategie di autocontrollo igienico prima dell'età in cui non riesce a stare in piedi autonomamente; infatti di solito si pensa a togliere il pannolino dai 18 mesi in poi.
In generale, l'educazione alla minzione nel vasino dovrebbe essere organizzata come un gioco, cercando di identificare i segnali del “bisogno” del bambino (gambe incrociate, mani sul pube ecc..) e ponendolo sul vasino.
Il mettere il bambino sul vasino dovrebbe essre accompagnato da spiegazioni su ciò che ci si aspetta da lui, senza eccessive imposizioni, lodandolo per l'eventuale successo ed evitando di punirlo per gli inevitabili “incidenti” o “rifiuti”.
Feci ed urina non dovrebbero essere trattati con disgusto in quanto il bambino, generalmente, mostra di essere particolarmente orgoglioso della sua “produzione” poichè, essendo incontinente fin dalla nascita, non ha le reazioni di schifo ed imbarazzo di fronte ad un eventuale incidente e quindi difficilmente capirà commenti fatti in questo senso.
Quand'è che un genitore si deve preoccupare?
Trovandosi di fronte a un'enuresi ormai consolidata in un bambino di 6 anni o più, è utile consultarsi con il pediatra e successivamente con uno psicologo per un trattamento.
Si parla infatti di enuresi notturna quando un bambino dai 5 anni in poi fa la pipì a letto almeno una volta la settimana.
é questo allora il momento in cui si deve intervenire...dopo i 5-6 anni non è più fisiologico il fare la pipì a letto.
Da un punto di vista medico distinguiamo tra:
1)Enuresi primaria: è il caso in cui il bambino non ha mai acquisito il controllo della minzione.
2)Enuresi secondaria: caso in cui i bambini riprendono a bagnare il letto dopo un lungo tempo di continenza.
L'enuresi primaria è collegata al fatto che il bambino non si sveglia facilmente o non sente lo stimolo.
Questa enuresi monosintomatica non è associata a nessun altro disturbo ed è un sintomo che testimonia l'immaturità del controllo della vescica.

La maggior parte dei bambino soffre di enuresi secondaria; il bambino semplicemente non sente lo stimolo durante il sonno.
Il 15% dei casi presenta un'enuresi secondaria.
Secondaria a cosa?
All'arrivo di un fratellino ad esempio, a una separazione dei genitori, all'inizio della scuola ecc.. insomma ad un evento emotivamente rilevante per il bambino.

Il problema della pipì a letto non si risolve da solo a questo punto: bisogna innanzitutto consultare il pediatra per escludere eventuali disturbi organici.
Per rassicurare i genitori c'è da dire che raramente è associata a problematiche organiche.
Più il problema viene rimandato senza affrontarlo e maggiore è la possibilità che si accumuli tensione sia nei genitori che nel bambino.
Il piccolo si vergogna e perde la fiducia in se stesso diminuendo così la sua autostima.
Cose piacevoli e utili alla crescita diventano sia per il bambino che per il genitore fonte di ansia e preoccupazione come andare in gita scolastica, andare a dormire da un amico o dai nonni.
Per la maggioranza dei genitori l'enuresi notturna significa notti interrotte e lavaggi frequenti.
COme dovrebbe comportarsi un genitore?
-Evitare di irritarsi o di considerare questo disagio come una debolezza del bambino.
-L'avviso di ridurre i liquidi la sera e il portarlo al bagno più volte a notte non serve a migliorare la situazione.
Anzi fare pipì mezzi addormentati peggiora la situazione perchè quello che manca a questi bambini spesso è riconoscere i segnali interni della minzione.

Esistono diversi tipi di trattamenti:
Farmacologico

A volte il pediatra riterrà oppurtuno somministrare al bambino un leggero antidepressivo 6 ore prima dell'eventuale “incidente” notturno con 3 obiettivi:
Rilassare il muscolo che circonda la vescica per renderla più capiente
Aumentare il tono dello sfintere uretrale
Ridurre la profondità del sonno
Tecnica comportamentale

Secondo molti studi medici è la più indicata. Consiste di un sistema di allarme che sveglierà il bambino alle prime gocce di urina emessa. A questo punto il risveglio del bambino deve essere immediato e da sveglio andare in bagno a completare la minzione; se necessario dovrà anche lavarsi e aiutare i genitori a cambiare il letto.
È ovviamente un tipo di terapia che può essere fatto solo dietro controllo di uno specialista che guidi nei vari passaggi.
Comunque il punto cruciale sta nel risveglio immediato in quanto dopo un numero relativamente ridotto di associazioni, il bambino impara a distinguere le contrazioni vescicali che precedono la minzione e a svegliarsi automaticamente.
La terapia durerà circa 2 mesi anche se i risultati sono visibili entro 15 giorni.

venerdì 15 aprile 2011

COSA POSSONO FARE I GENITORI DI FRONTE ALLE PAURE DEI BAMBINI?

1.La paura va rispettata e non ridicolizzata, accettata nel suo aspetto emotivo e non razionalizzata.

2. Le paure vanno accolte come momento di crescita.

3.Andrebbe valorizzata la fiducia in sé affinchè il bambino si senta in grado di affrontare le sue paure.

4.Non bisogna pretendere troppo di più delle reali capacità del bambino.

5.Non aggiungiamo alle sue paure le nostre, né le nostre angosce e preoccupazioni.

E QUALI SONO I COMPORTAMENTI DA EVITARE?
1.Forzare il bambino ad affrontare una situazione di cui ha paura.

2.Banalizzare le sue paure.

3Usare l'umorismo. Almeno fino ai 7-8 anni non è compreso e potrebbe minare l'autostima del bambino.

4.Chiamarlo “fifone” o in modo simile perchè potrebbe provocare nel bambino “ la paura di avere paura”, in quanto fonte di umiliazione.

Ogni età ha le sue paure...

È facile riscontrare le stesse paure nei bambini della stessa età e questo perchè molte di queste sono fisiologiche e fanno parte del processo di crescita.
I PRIMI MESI: L'ANGOSCIA DELL'ABBANDONO
Il neonato appena viene alla luce ha paura.
È per esempio l'angoscia la responsabile di alcuni pianti inspiegabili dei piccoli ed è sempre la paura che li spinge ad attaccarsi al seno in cerca di cibo ma anche di vicinanza e protezione

8 MESI:LA PAURA DELL'ESTRANEO
Dopo i primi mesi di quasi totale simbiosi con la madre, verso i 7-8 mesi il bambino prende coscienza della propria autonomia e comincia a formarsi una personalità distinta.
Ciò che avviene è una sorta di processo di elaborazione di separazione dalla madre che, come conseguenza, provoca la paura dell'estraneo visto come altro da sè.
Questo è facilmente osservabile quando i bambini piangono perchè vengono affidati a qualcuno che non conoscono.
Si tratta di una reazione naturale e necessaria che testimonia il valore del rapporto madre-figlio.

8 MESI: LE CRISI DI ANGOSCIA
Fase delle crisi d'angoscia cioè una normale fase della vita di un lattante, nella quale il piccolo sperimenta la paura di staccarsi dalla madre. Si chiamano anche "crisi dell'ottavo mese" perché all'incirca verso questa età (ma anche prima) il bambino mostra segni di una paura che prima non aveva.

Come si manifestano?
Il bambino:

non sorride più con gli estranei

piange quando il Pediatra lo visita

si fa più fatica a fargli prendere sonno

si sveglia più volte durante la notte e non vuole riaddormentarsi (e le prova tutte per stare sveglio: piange, vuole giocare, cerca da mangiare o da bere).

Perchè si manifestano?
Secondo Spitz, lo psicologo infantile che per primo ha studiato l'argomento, è perché ha individuato nella madre l'oggetto del suo amore e non vuole perderla; si calmerà quando imparerà che tutto ciò da cui si stacca addormentandosi lo ritroverà al mattino al risveglio.
Ma ci vuole tempo e pazienza! Una cosa è sicuramente utile: la routine. Essere abitudinari negli orari, fare sempre le stesse cose prima di addormentarlo (es., bagnetto, fiaba, passeggiata, coccole), evitare giochi troppo agitati alla sera (che invece è il momento in cui il papà lo strapazza di più), sono tutte cose che aiutano a passare una notte più tranquilla.
L'ambiente familiare ha il compito di rassicurare e proteggere il bambino così da favorire una possibilità esplorativa sicura.
Il bambino, potendo contare sulla presenza fisica e emotiva dei genitori, impara dall'esperienza ad affrontare i momenti di paura.

1 ANNO: LA PAURA DEL BUIO
Dopo gli 8 mesi il buio inizia ad essere percepito come presenza intorno a sè.
A quest'età il timore legato alla mancanza della luce è ancora inconsapevole e irrazionale.
Successivamente invece il bambino comincia a capire che la notte ha a che fare con il sonno e questo con una separazione.
Allora la paura del buio diventa consapevole.
È quindi una paura fisiologica, legata al ciclo di crescita, di cui tutti i bambini sono in qualche modo vittime.
È legata all'idea dell'abbandono dalla madre e anche dal mondo cosciente; il non sapere cosa c'è intorno aggrava la situazione.
Cosa si può fare?
Accompagnare il bambino nel momento del distacco rimanendo accanto a lui fino all'addormentamento.
Diventa importante un oggetto per lui significativo come il succhiotto o un peluche a lui caro.
È un oggetto che lo difende dall'ignoto, un ponte con il mondo cosciente.
Una piccola lucina che non lasci il bambino completamente al buio può essere d'aiuto.

3 ANNI
Le paure dei bambini cambiano diventando simboliche e legandosi a quelle che sono le relazioni familiari indipendentemente da come queste siano state improntate.
Sono timori legati un'altra volta al percorso di crescita.
C'è da dire che tra i 2 e i 3 anni il bambino sperimenta un senso di potere fornitogli dalle crescenti acquisizioni autonome, maggiore destrezza motoria ed espressiva.
È il periodo del NO come autoaffermazione.

LA PAURA DEL WATER
La paura del water è molto comune nei bambini che si trovano nella fase delicata della conquista delle autonomie, tra le quali importantissima è quella sfinterica.

La paura del water è multifattoriale: infatti il water è un oggetto che il bambino non capisce, che fa sparire parti di sé e che potrebbe nella sua fantasia far sparire anche lui. La paura di questo oggetto è da distinguersi dalla paura di evacuare che può manifestarsi nei casi più difficili anche nei confronti del pannolino o del vasino.
La paura di evacuare può spesso dipendere da un’esperienza negativa in cui il bambino abbia provato dolore nel liberarsi e da qui sviluppa una relazione ansiosa nei confronti di questa azione. In altri casi è manifestazione di un controllo eccessivo del proprio corpo che può indicare una difficoltà emotiva nell’accettare il passaggio attraverso l’acquisizione delle autonomie. In ogni caso per il bambino affidare parti di sé così cariche di significato ad un oggetto che le fa sparire senza neanche ringraziarlo o gratificarlo come invece faceva precedentemente la sua mamma , risulta molto difficile. La crescita per fortuna fa il suo corso e si porta via anche questa paura con l’aiuto di mamma e papà che avranno il compito di tranquillizzare il bambino relativamente alla fantasia di essere risucchiato e di sparire.

I MOSTRI E LE STREGHE:
Sempre in questo momento la fantasia del bambino si popola di mostri ed aggressori. É facile notare come il gioco simbolico sia connotato da elementi aggressivi.
Emerge la paura del temporale, dei mostri, delle streghe, elementi che affascinano e spaventano allo stesso tempo.
Il bambino inoltre manifesta la paura dei pericoli fisici, di ferirsi, di ammalarsi, quasi temesse una concretizzazione delle proprie paure.


6 ANNI:
Intorno ai 6 anni il bambino manifesta curiosità circa l'origine della vita e la morte.
Tali domande sono indice di un nuovo passaggio evolutivo in cui il bambino prende coscienza della ciclicità della vita in cui le cose iniziano e finiscono.
Questo momento a volte mette in difficoltà l'adulto che invece dovrà rispettare i tempi del bambino, rassicurarlo e esser pronto a rispondere con chiarezza e semplicità.

lunedì 4 aprile 2011

Paure e fobie.....come distinguerle!

Tutti proviamo paura, e anche i bambini sono pieni di ansie e di paure.
Diciamo innanzitutto che la paura è un'intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo reale o supposto.
Svolge una funzione di allarme, di difesa e negli animali garantisce la sopravvivenza.
Come distinguere tra paura e fobia?
Le paure sono:
1.Moderate
2.Transitorie
3.Fisiologiche
4.Riscontrabili nella maggior parte dei bambini della stessa età.

Al contrario, le fobie sono:
1. Eccessive
2.Disadattive
3.Persistenti
Al contrario degli adulti i bambini di solito non hanno la consapevolezza dell'irragionevolezza della fobia.

Quando la paura diventa un problema? Quando la paura assume dimensioni che impediscono una vita normale, quando diviene un ostacolo alla maturazione del bambino e mette a rischio lo svolgimento dei compiti quotidiano allora ha perso il suo valore protettivo.
In questo caso i timori intralciano uno sviluppo armonioso, divengono limitanti e minacciosi.

Come manifestano le loro paure i nostri bambini?
La paura è un'emozione che si manifesta sia fisicamente che psicologicamente.
Fisicamente riscontriamo sintomi come: pallore del viso, tremori, problemi del comportamento sfinterico (enuresi notturna) o del comportamento alimentare.
Emotivamente i bambini mostrano la loro paura con: Mancanza di curiosità,Passività ed eccesso di adattabilità,Impazienza ed irritabilità,Eccessivo attaccamento alle figure adulte.

Nel prossimo post parlerò delle varie paure che i bambini affrontano nel corso del loro sviluppo e darò dei suggerimenti per i genitori...nel frattempo, raccontatemi dei vostri bambini!

giovedì 17 marzo 2011

Essere mamma..........tra sogno e realtà!

Per nove mesi immaginiamo il momento di stringere il nostro bambino tra le braccia,abbiamo sogni e speranze, aspettative e paure.
Dal momento in cui ti accorgi di essere incinta cambia tutto: non solo si cambia fisicamente ma sembra che tutto il mondo improvvisamente cambi. In giro vedi solo pancioni e carrozzine, ti si profilano davanti negozi per bambino che non avevi mai visto prima, le tue conversazioni vertono quasi esclusivamente sul tuo pancione e sui nuovi acquisti che hai fatto per il nascituro....oltre a questo cambia il tuo punto di vista sul mondo, capisci che non sei e non lo sarai mai più sola, capisci che la tua felicità dipende da un movimento proveniente dalla pancia e dalle ecografie.
Sei già mamma e anche le tue paure sono quelle di una mamma: starà bene? andrà tutto bene là dentro? come sarà il parto? sarò in grado di farlo nascere e di non farlo soffrire? sarò una brava madre?
Questi interrogativi ce li portiamo dietro per nove mesi e, anche se ti illudi che quando nascerà finalmente ti tranquillizzerai, sai benissimo che non è così ma che, anzi, le ansie, le angosce cresceranno insieme a tuo figlio!
Arriva poi il tanto temuto giorno del parto e nei giorni seguenti ti sembra di vivere in un'altra dimensione.
Mi ricordo che non mi sembrava neanche di essere la stessa: ero felice, ma anche stordita da tutte quelle meravigliose emozioni e finchè sono rimasta in ospedale non mi rendevo neanche conto di quanto la vita fosse cambiata.
Ormai sono 16 mesi che Nicole è con me..il mio sogno di mamma si è avverato e con esso anche tante paure si sono materializzate ma forse di una cosa in quei 9 mesi non ci si rende conto davvero...di quanto la vita (anche pratica) cambi, di come cambino i rapporti sociali con gli amici, di come cambi il rapporto con il marito o con il compagno.
Sono cose che tutti sanno e che tutti ti dicono ma che in realtà nessuno ti spiega realmente, di cui nessuno parla in modo serio e profondo.
Questa è la mia esperienza di neo mamma....come è cambiata la vostra vita?
é tutto come immaginavate? e la vostra vita di coppia se e come ne ha risentito...raccontatemi e raccontiamolo alle future mamme!

sabato 12 marzo 2011

Dall'idea di una lettrice...parliamo di capricci!

Il tuo bambino fa i capricci? Ti fa disperare e non sai come fare?
Parliamo insieme di capricci...
Per ora Nicole non è particolarmente capricciosa ma a volte si incaponisce su alcune cose come ad esempio tirare fuori tutti i documenti dai cassetti della mia stanza...o andare in bagno e giocare con l'acqua per ore...e quando la porto via son urla disperate e si punta con i piedi!
Partiamo comunque con il dire che i capricci riguardano da sempre tutti i bambini e, di conseguenza, tutti i genitori.
Il capriccio è uno strumento comunicativo attraverso cui il nostro bimbo ci vuol far comprendere qualcosa che va oltre l'apparenza, qualcosa di più nascosto e profondo.
Solitamente il capriccio ha inizio per qualcosa di assolutamente poco significativo (come ad es. un giocattolo preso da un altro bambino, un cibo negato, il non volersi vestire o cambiare ecc) e, avere o non avere queste cose non è fondamentale per il bambino come può sembrare, è solo la richiesta di facciata che nasconde qualcosa di più profondo che sta al genitore riuscire a cogliere.
Il nostro bambino può volerci comunicare un suo malessere, può essere una richiesta di attenzioni, una difficoltà a separarsi da noi. Ad esempio una mamma tempo fa mi raccontava che la sua bambina di quasi 3 anni di notte si svegliava e strillava finchè non la portavano a giocare in salotto; questo si era scatenato dopo la nascita del fratellino che aveva preso il suo posto nel lettone e lei, per attirare l'attenzione dei genitori (e allontanarli dal fratellino) faceva capricci tutte le notti.
É certo che il capriccio nasce all'interno di una relazione (spesso quella privilegiata con le figure di attaccamento) con l'intento di modificarla, di forzarla e di testarne i limiti.
Tutti i bambini fanno i capricci anche se possiamo notare come questi aumentino di intensità verso i 2-3 anni e nel periodo della pre-adolescenza e adolescenza (ovviamente con modalità differenti a seconda dell'età).
Non dobbiamo perciò preoccuparci in modo particolare se aumentano in questa fascia d'età ma certamente dovremmo dare delle regole e porre noi dei limiti.
Cosa possiamo fare allora per sopravvivere?

1.Non cerchiamo mai un rapporto alla pari, non mettiamoci al loro pari in quanto questo porterebbe solo ad aumentare il conflitto
2.Ascoltiamo i nostri bambini, dialoghiamo con loro
3.Se è possibile ignoriamoli evitando in questo modo di rinforzare il comportamento inadeguato.
4.non tentiamo di convincerli (se ad esempio ha preso un gioco ad un altro bambino, restituiamolo noi senza cercare di fargli cambiare idea: i bambini infatti apprendono molto per imitazione dei nostri comportamenti)
5.Niente indecisioni: se ad un certo punto decidete di dare uno stop più fermo al bambino non tornate poi indietro per rimorsi o sensi di colpa e se pensate di aver esagerato bisognerebbe evitare di consolarlo o “risarcirlo” subito con oggetti o coccole. Un ordine sbagliato è meglio dell'incoerenza!!
6.Iniziate a stabilire delle regole fin da quando sono piccoli. Le regole dovrebbero essere poche, semplici, date in modo allegro ed empatico e adeguate all'età del bambino.

che ne pensate? come si comportano i vostri bambini?
e voi come vi sentite come genitori?

giovedì 10 marzo 2011

Inizio parlando di nanna.......

Parliamo di nanna...di sonno, nostro e dei nostri bimbi!
Ho appena messo a letto mia figlia e da qui nasce questo mio primo post.
Alle 21.00 come tutte le sere è iniziata la preparazione alla nanna: pigiamino, ciuccio, coccole e una canzoncina poi via in cameretta....l'ho messa giù sveglia e dopo pochi secondi dormiva.
Il sonno è un momento molto importante ed è fondamentale che i bambini imparino a dormire bene fin dai primi giorni di vita.
Sono tante le teorie in merito ai metodi per addormentare i neonati; molte mamme esauste per le notti insonni avranno letto "Fate la nanna" di Estivill, altre invece avranno seguito i consigli pratici di Tracy Hogg e leggere uno di questi manuali è oggi ormai quasi una tappa obbligata per i neo genitori.
Ricordo che già quando ero incinta le mie amiche, ma anche mia mamma o le mie colleghe mi "terrorizzavano" sulle notti in bianco a cui mi sarei dovuta abituare e la cosa faceva crescere in me non poca ansia.
Al corso pre-parto le ostetriche continuavano a rassicurare noi mamme dicendoci che i bambini fino a 3 mesi almeno non prendono nè vizi nè cattive abitudini.
Sono sempre stata scettica rispetto a questa teoria memore dei miei studi sull'apprendimento che mi ricordavano come in realtà tutto ciò che noi facciamo viene appreso dal nostro bambino fin dalla nascita, o quasi...e questo riguarda inevitabilmente anche l'addormentamento.
Se per 3 mesi addormento mio figlio in braccio cullandolo è come se gli dicessi " è così che ci si addormenta" e, al momento in cui per via del peso o della crescita del bambino decido che è il momento di addormentarlo nel lettino dovrò fare i conti con un bambino che non ne vuol sapere di dormire giù da solo. In fondo sono stata io ad insegnargli che ci si addormenta cullato tra le mie braccia!
Per questo fin dai primi giorni di vita di Nicole (diciamo da quando mi sono assestata con l'allattamento) ho usato poche piccole regole che mi hanno portato a perdere pochissime notti di sonno, giusto quelle causate dalla crescita dei dentini o dalle influenze.
Le regole che consiglio sempre alle amiche o ai genitori che incontro per lavoro sono:
1)adottate una routine.
Cercate di mettere sempre il bambino a letto alla stessa ora e di compiere prima di metterlo a letto piccoli gesti quotidiani per lui rassicuranti come ad es. mettergli il pigiamino, fare un massaggino, leggere una storia.
I bambini adorano le routine perchè li rassicurano!
2)Prima di andare a letto non agitate i bambini con musiche e suoni ma fate attività rilassanti come un bagnetto o la lettura di una storia sul divano o nel lettone.
3)Anticipate al bambino l'ora di andare a letto (questo quando diventano più grandicelli) in modo che il bambino possa terminare il gioco o chiedere di fare un ultimo gioco prima di dormire.
4)Metteteli nella culla o nel lettino svegli.
Non addormentateli in braccio o dondolandoli o (come tenta di fare mio marito) facendo su e giù per i corridoi ma riponeteli svegli ma calmi nel loro lettino e rimanete accanto a loro in modo da rassicurarli sulla vostra presenza.
5) Se piange tirateli su, consolateli e quando il bambino si è calmato (ma non si è addormentato) lo riponete giù nel lettino. Se piangerà di nuovo provate a calmarlo nuovamente ma non cedete alla tentazione di portarlo nel lettone.
Anche se strillano cercate di resistere, di calmare il bimbo e di farlo addormentare da solo. Se lo portate nel lettone o cedete ad addormentarlo in braccio proprio ora rinforzerete il loro pianto e la sera dopo il bambino, avendo appreso che piangendo ottiene quello che vuole, arriverà molto più velocemente al pianto disperato.
6) Resistendo le cose dovrebbero andare molto meglio nel giro di poche sere.
7)Se il bambino ha bisogno di una dose di coccola in più appoggiate la vostra mano sulla fronte o sul pancino in modo da far sentire la vostra presenza.

E voi come addormentate i vostri bambini?